Qassem Soleimani nacque il 11 marzo 1957 nel villaggio montuoso di Qanat-e Malek, nella provincia di Kerman, nell’Iran sud-orientale. Figlio di poveri contadini, suo padre, come molti altri, si era indebitato con il governo per l’acquisto di terre. Dovette lasciare il villaggio per lavorare nella città più vicina e riscattare il debito familiare. Qassem si vide costretto a interrompere gli studi liceali per evitare al padre la prigione per debiti.
Lavorò inizialmente in un cantiere edile, poi presso il servizio idrico della città di Kerman, durante gli ultimi anni del regno dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. Appassionato di sport, si dedicava regolarmente alla ginnastica e al sollevamento pesi.
1979 – L’ingresso nei Pasdaran e la rivoluzione
Il 11 febbraio 1979, dopo il rovesciamento dello Scià e la proclamazione della Repubblica Islamica sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini, Soleimani entrò nelle file dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). Ricevette un breve addestramento militare e fu subito inviato nel Kurdistan iraniano per reprimere l’insurrezione del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), guidata da Abdul Rahman Ghassemlou.
1980-1988 – La guerra Iran-Iraq: l’ascesa del “ladro di capre”
Diciotto mesi dopo, il 22 settembre 1980, durante l’invasione irachena condotta da Saddam Hussein (guerra del Golfo, durata otto anni con oltre un milione di morti), venne incaricato del rifornimento idrico per i soldati al fronte. Dimostrò rapidamente il suo valore e, pochi mesi più tardi, gli vennero affidate le operazioni più rischiose.
Inviato dietro le linee irachene in missione di ricognizione, fu presto considerato dai commilitoni un combattente coraggioso e intrepido. Venne soprannominato il “ladro di capre” (gav-kosh in persiano) poiché, al ritorno da ogni missione, portava alle sue truppe un animale sottratto al nemico. Questo soprannome, inizialmente dispregiativo, divenne un segno di affetto per la sua abilità a sfuggire al nemico e a ritornare con risorse per i suoi uomini.
Soleimani intratteneva rapporti molto affettuosi con i suoi soldati. Prima di mandarli al combattimento, li abbracciava individualmente salutandoli con un “addio” (khodahafez); chiedeva loro perdono per non essere diventato lui stesso un martire. Questo rituale, che ripeté per decenni, gli valse la devozione assoluta delle truppe.
1998 – La nomina a capo della Forza Al-Qods
Nel settembre 1998, dopo la morte del predecessore Ahmad Vahidi, Soleimani fu nominato comandante della Forza Al-Qods (Qods significa “Gerusalemme” in arabo), l’unità d’élite dei Pasdaran incaricata delle operazioni esterne, del sostegno alle milizie sciite alleate e dell’esportazione della rivoluzione islamica. Sotto il suo comando, la Forza Al-Qods passò da un’unità marginale a un attore geopolitico di primo piano nel Medio Oriente.
2001-2003 – L’11 settembre e la guerra in Afghanistan
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Soleimani svolse un ruolo cruciale e poco noto: collaborò segretamente con gli Stati Uniti nella campagna afghana contro i Taliban. In particolare, nel novembre 2001, coordinò le operazioni con la CIA e le forze speciali americane a Herat, facilitando la caduta della città. Questa cooperazione tacita, durata fino all’inclusione dell’Iran nell'”Asse del Male” da parte di George W. Bush nel gennaio 2002, rappresentò uno dei rari momenti di convergenza tra Teheran e Washington.
2003-2011 – L’occupazione dell’Iraq e la “guerra segreta”
Dopo l’invasione americana dell’Iraq nel marzo 2003, Soleimani divenne l’artefice della “guerra segreta” contro le forze della coalizione. Organizzò, finanziò e addestrò le milizie sciite irachene, in particolare la Mahdi Army di Muqtada al-Sadr e il Gruppo Badr. Secondo stime americane, le milizie da lui sostenute furono responsabili di circa il 20% dei 4.400 morti tra le truppe statunitensi in Iraq.
Nel gennaio 2007, durante la “surge” voluta dal presidente Bush, il generale David Petraeus (comandante delle forze multinazionali in Iraq) ricevette un messaggio inequivocabile da Soleimani: “Il generale Petraeus, dovreste sapere che io, Qassem Soleimani, controllo la politica dell’Iraq”. Petraeus, in seguito, lo definì una “creatura diabolica” (diabolically effective).
2011-2015 – La guerra civile siriana e la salvezza di Assad
Con lo scoppio della guerra civile siriana nel marzo 2011, Soleimani divenne il principale architetto militare della sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad. Coordinò l’invio di milizie sciite irachene, afghane (Fatemiyoun) e pakistane (Zainabiyoun), oltre a Hezbollah libanese, per combattere al fianco dell’esercito siriano.
La sua strategia si rivelò decisiva nella battaglia di al-Qusayr (maggio-giugno 2013), dove le forze sciite riconquistarono la città strategica vicino al confine libanese. Secondo fonti intelligence, Soleimani visitò Damasco oltre 60 volte durante il conflitto, spesso sotto falsa identità.
Nel giugno 2014, con l’offensiva dell’ISIS che conquistò Mosul e minacciò Baghdad, Soleimani fu inviato d’urgenza in Iraq. Organizzò la Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi), una coalizione di milizie sciite, curde e yazide, che bloccò l’avanzata dello Stato Islamico a Samarra e riconquistò Tikrit (aprile 2015) e successivamente Falluja (giugno 2016).
2015-2019 – L’accordo nucleare e il ritorno dell’ostilità
La firma dell’Accordo sul Nucleare Iraniano (JCPOA) il 14 luglio 2015 tra l’Iran e le potenze mondiali (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Germania) portò a una temporanea distensione. Tuttavia, il ritiro unilaterale degli Stati Uniti da parte del presidente Donald Trump il 8 maggio 2018 e il rientro delle sanzioni riacutizzarono le tensioni.
Soleimani intensificò le operazioni anti-americane in Iraq. Nel dicembre 2019, una serie di attacchi con razzi contro basi americane, attribuiti alle milizie da lui sostenute, uccisero un contractor americano a Kirkuk. Il 27 dicembre 2019, il presidente Trump ordinò un attacco aereo contro le milizie Kataib Hezbollah in Siria e Iraq, uccidendo 25 combattenti.
Il 31 dicembre 2019, manifestanti filo-iraniani assaltarono l’Ambasciata americana a Baghdad, scrivendo “Soleimani è il nostro comandante” sui muri. Questo evento fu interpretato da Washington come l’ultima provocazione.
3 gennaio 2020 – L’assassinio a Baghdad
Alle 1:20 del mattino del 3 gennaio 2020, un drone MQ-9 Reaper dell’US Air Force lanciò un missile AGM-114 Hellfire contro il convoglio di Soleimani all’Aeroporto Internazionale di Baghdad. Soleimani, appena sceso da un volo proveniente da Damasco, era in compagnia di Abu Mahdi al-Muhandis, vice-comandante delle milizie irachene Hashd al-Shaabi. Entrambi furono uccinsi all’istante, insieme a altre otto persone.
L’attacco, ordinato direttamente dal presidente Trump, fu giustificato come prevenzione di un “imminente attacco” contro obiettivi americani. La notizia scatenò lutto di massa in Iran: oltre un milione di persone parteciparono ai funerali a Teheran, Kerman e Ahvaz. Il Ayatollah Khamenei promise una “dura vendetta”.
L’uomo oltre il mito
All’apparenza sembrava un comune sessantenne. Residente a Teheran, conduceva una vita tranquilla, simile a quella di un normale impiegato: si alzava solitamente alle 4 del mattino e andava a dormire prima delle 21. Sposato e padre di cinque figli (due figlie e tre figli), si diceva che trattasse con estremo rispetto la moglie, che lo accompagnava spesso nei suoi viaggi all’estero.
Eppure, era capace di elettrizzare le folle e suscitare l’entusiasmo dei combattenti. Ciò si spiegava con il fatto che fosse più colto della media dei suoi colleghi all’interno dei Pasdaran. Chi lo ha conosciuto ne riconosceva la grande intelligenza e il senso strategico.
La sua assoluta fedeltà alla rivoluzione gli permise di godere della massima fiducia personale della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei. Come sottolineato dal giornalista di “Libération” Jean-Pierre Perrin, quest’uomo dai capelli grigi possedeva un’elocuzione particolarmente dolce; la sua sicurezza testimoniava la totale stima di cui godeva presso le autorità del Paese.
Uomo discreto, le sue foto erano rare. Era un politico sottile, capace di trasformarsi in un abile diplomata all’occorrenza. Tuttavia, era anche un uomo temibile, privo di scrupoli per raggiungere i propri scopi: quando le manovre di intimidazione o la corruzione non bastavano, non esitava a ricorrere ai metodi più estremi.
Per David Petraeus, ex comandante americano in Iraq, Soleimani era una “creatura diabolica”. Al contrario, l’ex capo del Mossad, Meir Dagan, lo considerava un personaggio brillante, capace di intrattenere buone relazioni con chiunque.
Un altro alto funzionario dell’intelligence americana lo ha paragonato a Keyser Söze del film “I soliti sospetti”. Infine, secondo Ryan Crocker, ambasciatore USA in Iraq tra il 2007 e il 2009, Soleimani non era un fanatico religioso: frequentava la moschea solo occasionalmente. La sua vera motivazione non era la religione, bensì il nazionalismo e l’amore per il combattimento.
Eredità e valutazione storica
La morte di Soleimani non arrestò l’espansione iraniana nella regione. La Forza Al-Qods, ora guidata dal brigadier generale Esmail Qaani, ha continuato le sue operazioni in Siria, Libano, Yemen e Iraq. Tuttavia, l’assenza di Soleimani ha lasciato un vuoto difficile da colmare: la sua capacità di tessere relazioni personali con leader militanti, capi tribù e politici locali era unica.
Secondo un’analisi del Congressional Research Service (febbraio 2021), l’Iran ha intensificato le cyber-operazioni e gli attacchi con droni dopo la sua morte, ma ha perso parte della sua capacità di influenza “sul campo”. Il Pentagono ha stimato che la Forza Al-Qods controlli ancora oggi oltre 200.000 combattenti nelle milizie alleate in tutto il Medio Oriente.
Nel gennaio 2022, il presidente Joe Biden ha ordinato un raid aereo contro obiettivi filo-iraniani in Siria, citando esplicitamente la minaccia posta dalle milizie create da Soleimani. La sua ombra, a distanza di anni, continua a incombere sulla geopolitica mediorientale.







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