Gli invisibili di Torretta Antonacci

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Sono le 13:50 e un caldo soffocante, 45 gradi, mi accoglie all’arrivo a San Severo, in Puglia. È una città di medie dimensioni, tra i 45.000 e i 50.000 abitanti, dove la gente è calorosa, allegra e amichevole. Ricorda molto Napoli. D’altronde, secondo alcuni abitanti, legami antichi uniscono le due città, pur appartenendo a regioni diverse. «Non moriamo mai e i napoletani sono cugini», dice qualcuno.

Il mio arrivo è stato accompagnato da un operatore locale, che mi ha portato a Torretta Antonacci, a circa trenta minuti di macchina da San Severo.

Sul posto trovo baracche di lamiera, container, garage all’aperto, immondizia; insomma, un luogo dove sopravvivono degli invisibili per sempre. Tuttavia, quello che colpisce di più è il sorriso, la dignità e la speranza che leggo negli occhi di questi fratelli e sorelle. C’è amarezza, c’è rassegnazione, certo ma anche una luce di speranza che resiste.

Mi trovo a San Severo per un motivo preciso: partecipare a un incontro di formazione, «Insieme per i migranti», organizzato dalla Caritas di San Severo, dal 31 agosto al 4 settembre 2026.

L’immigrazione, un fenomeno antico quanto l’umanità stessa, viene oggi presentata come un problema, se non il problema al centro dell’agenda politica italiana. Questo incontro ha saputo unire teoria e pratica: teoria, offrendo strumenti biblici, sociologici e normativi per capire il fenomeno migratorio; pratica, mostrando da vicino le conseguenze, i danni e le tragedie prodotte da scelte politiche troppo spesso dettate dall’urgenza del successo elettorale. Per alcuni attori politici, il tema dell’immigrazione resta il modo più semplice per raccogliere voti.

Il risultato: esseri umani messi ai margini della società. È il caso di Torretta, dove d’estate vivono più di 2.500 persone, soprattutto africani dell’Africa subsahariana e dell’Arena di San Severo, che ne concentra tra le 200 e le 300.

Il tratto comune tra questi due luoghi è la precarietà e l’abbandono. All’Arena, ad esempio, uno dei due edifici è senza elettricità; da nessuna parte c’è acqua corrente. Le persone si lavano in docce di fortuna montate in mezzo all’erba, a contatto con i batteri e con il rischio di incontrare rettili. Questi invisibili convivono con la morte ogni giorno.

Chi non possiede un mezzo di trasporto o non ha la possibilità di spostarsi si ritrova spesso isolato, in condizioni di forte vulnerabilità e con il rischio concreto di incidenti e di gravi conseguenze per la propria salute.

È questa la condizione dell’invisibilità: vivere ai margini, essere presenti ma non essere visti.

Durante la nostra visita, un fatto mi ha colpito in particolare. Ho saputo che, poche settimane prima, un giovane migrante si era tolto la vita dopo aver ricevuto, per la terza volta consecutiva, un rifiuto alla richiesta del permesso di soggiorno. Non voleva restare clandestino e invisibile per tutta la vita.

Va sottolineato anche che in questi luoghi si è creato di fatto un apartheid: da una parte i dannati “di serie A”, che vivono nei container; dall’altra quelli “di serie B”, relegati nelle baracche.

«Insieme con i migranti»: smontare il mito dell’invasione

L’incontro di San Severo, con la partecipazione di relatori di alto livello, ha fatto capire quanto il fenomeno migratorio venga mistificato — proprio perché se ne parla male. Se ne fa uno spauracchio; eppure, sui 6 milioni di stranieri che vivono in Italia, solo 339.000 sono in condizione irregolare, cioè lo 0,57% della popolazione. I numeri parlano da soli.

Cosa insegna la visita ai ghetti

A Torretta Antonacci non ho visto migranti che hanno invaso l’Italia. Ho visto quelli che lo scrittore franco-algerino Frantz Fanon chiamava i dannati della terra, persone che cercano semplicemente di sopravvivere e di restare dignitose. Ho visto destini presi in ostaggio dall’assenza di politiche lungimiranti.

Di più: ho sentito dalla voce stessa degli abitanti che si sentono abbandonati dalle istituzioni e temono che il passare del tempo li spinga su strade tortuose. Sono invisibili.

A Torretta Antonacci ho incontrato persone che lottano per sopravvivere. Altre che, per mancanza di opportunità nelle grandi città italiane (Roma, Milano, Torino) e per le discriminazioni subite, vivono una sorta di nomadismo. Ho visto persone, risorse che lavorano nei campi di ulivi e pomodori, i cui frutti arrivano ogni giorno sulle tavole delle famiglie italiane e straniere. Ho visto, soprattutto, la resilienza negli occhi di Amina, diciotto anni, che aiuta sua madre a vendere da mangiare per pagarsi il materiale scolastico. Tagliava cipolle e peperoni, concentrata sul suo lavoro, eppure sorridente. Vive e studia a Napoli, e a ottobre inizierà l’università.

Sua madre, invece, sembrava provata. Ma la luce del suo sguardo, quando mi ha portato un sacchetto di riso jollof al pollo, appena tre euro, mescolava incertezza e generosità. Abbastanza per intravedere una luce di speranza, e continuare a credere nel domani.

Credere in un’umanità nuova

Durante tutto l’incontro, il clero di San Severo ha ricordato il senso della solidarietà, dell’accoglienza, e la necessità di costruire rapporti basati non sulla subordinazione degli uni agli altri, ma sulla conoscenza reciproca per costruire insieme una convivenza vera.

L’esperienza di San Severo lascia una domanda aperta: non bisognerebbe inventare nuovi modelli, o ripensare quelli già esistenti, per contrastare la situazione attuale?

Non sarà certo l’odio, né la paura dell’altro, a cambiare le cose ma una vera volontà politica, e una sinergia tra cittadini, società civile, terzo settore e istituzioni.

In memoria di Yacine, giovane tunisino che si è tolto la vita perché non è stato preso in carica dal la sanità pubblica italiana dopo un primo tentativo di suicidio, e di tutti coloro che, come lui, non sopportavano più di vivere in una società sempre più individualista e insensibile.

Nota sull’autore: Whylton Le Blond Ngouedi Marocko è Responsabile del Segretariato Sociale dell’ASD, APS, ETS Liberi Nantes (Roma-Pietralata), membro della Task Force Ricerca-Azione Roma di Amnesty International Italia, e ricercatore presso l’IREF (Istituto per le Ricerche Educative e Formative, gennaio-luglio 2026). È titolare di un dottorato in diritto pubblico comparato e internazionale (Sapienza).

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