La genesi nascosta del terrore più letale del Sahel e perché è ancora una minaccia oggi.
Quando il 26 agosto 2011 un kamikaze fece esplodere le Nazioni Unite ad Abuja, il mondo scoprì un nome: Boko Haram. Ma dietro quella sigla non c’era niente di nuovo. Dietro c’erano quarant’anni di storia dimenticata, una radio a Kaduna, un predicatore camerunese sepolto senza tomba e un movimento riformista, l’Izala che, senza volerlo, fabbricò la matrice ideologica del jihadismo moderno nel bacino del Lago Ciad.
Per capire il Sahel di oggi bisogna tornare indietro. Molto indietro.
L’incendio del 1980: quando Kano diventò un campo di battaglia
Prima di Boko Haram c’era stato Muhammad Marwa, meglio noto come Maitatsine “colui che maledice” in lingua hausa. Predicatore camerunese emigrato a Kano negli anni Sessanta, Marwa conquistò migliaia di giovani almajirai, gli studenti coranici mendicanti, predicando un Islam puritano che condannava orologi, biciclette, vestiti occidentali, persino le cinque preghiere canoniche ritenute “innovazioni” umane.
Il 18 dicembre 1980, quando la polizia cercò di fermare le sue prediche non autorizzate al campo sportivo di Shahauci, la città esplose. Per undici giorni Kano visse una guerra civile urbana: machete, frecce, archi, spade contro fucili e carri armati. Nei giornali dell’epoca, il New Nigerian, la Gaskiya Ta Fi Kwabo si contarono nove auto di polizia bruciate il primo giorno, quartieri evacuati, cadaveri per le strade. Il bilancio finale: 4.177 morti, tra cui lo stesso Maitatsine, oltre a circa 100 poliziotti e 35 militari.
E i dettagli che quasi nessuno ricorda: il rapporto del tribunale post-sommossa elencò tra i seguaci arresi, 162 nigeriani (dal Niger), 16 ciadiani, 4 camerunensi e un alto-voltano (Burkina-Faso). L’onda d’urto già travalcava i confini; è la prova che il “terrorismo transfrontaliero” nel Sahel non nasce nel 2011, ma anni prima.
Un dettaglio da brividi, quasi inedito: dopo la morte, le spoglie di Maitatsine furono cremate, ridotte in cenere e conservate in una bottiglia nel laboratorio della polizia di Kano. Il “profeta senza tomba” così lo chiamavano i fedeli, è rimasto per sempre senza una tomba.
La fiamma non si spense. Nel 1982, nuove rivolte a Maiduguri (nel quartiere di Bulunkutu dove trent’anni dopo nascerà il cuore di Boko Haram) e a Kaduna, con oltre 3.000 morti. Nel 1984 fu la volta di Yola, dove Musa Makaniki, erede di Marwa, devastò la città: mille morti e metà dei 60.000 abitanti lasciati senza casa. Di fronte all’incapacità della polizia locale di contenere i fanatici che si erano barricati nella moschea centrale, il governo militare di Muhammadu Buhari aveva schierato l’esercito e l’aeronautica militare. La crisi si era conclusa dopo bombardamenti aerei e un assedio urbano durato diversi giorni.
Sebbene la setta sia stata smantellata a Yola in seguito a questa operazione, il suo leader locale, Musa Makaniki, riuscì a fuggire in Camerun travestito con un burqa, dove rimase latitante fino al 2004.
Izala: il semenzio ideologico
Se Maitatsine fu la scintilla, Izala fu il focolare. Nel 1978, a Jos, i discepoli del grande giudice Abubakar Gumi fondarono la Jama’at Izalat al-Bid’a wa Iqamat as-Sunna “Società per l’eliminazione dell’innovazione eretica e il ristabilimento della Sunna”. Un movimento di massa anti-sufi, alimentato dalle prediche radiofoniche di Gumi in hausa su Radio Kaduna, che travolse il Nord Nigeria, si diffuse in Niger (a Zinder, via commercianti transfrontalieri), in Camerun e in Ciad.
Izala fece qualcosa di rivoluzionario e pericoloso insieme: insegnò a intere generazioni di musulmani a definire se stessi per ciò che condannano. L’innovazione (bid’a) diventò il nemico interno; i sufi della Tijaniyya e Qadiriyya, i “falsi musulmani”. Era un linguaggio che un predicatore più giovane e più furbo avrebbe presto portato alle estreme conseguenze. Quel predicatore si chiamava Mohammed Yusuf.
Il discepolo che superò il maestro
Yusuf nacque nel 1970 nello Stato di Yobe vicino allo Stato di Borno. Nel 2001 era membro di Izala, dove studiò sotto lo sceicco Ja’far Mahmud Adam a Kano, salafita formatosi all’Università islamica di Medina. Ma la rottura fu inevitabile: quando Adam criticò le sue teorie. Dopo la dichiarazione di Adam: “se i musulmani rifiutano l’istruzione occidentale, saranno poliziotti pagani a ucciderli e dottori pagani a curarli”, Yusuf lo abbandonò, rifiutando un movimento che aveva abbracciato la democrazia, come ebbe a dire lui stesso in una predica.
Fu l’assassinio di Ja’far Adam a Kano, nel 2007 quasi certamente per mano dei seguaci di Yusuf, la pietra miliare che trasformò il gruppo in movimento jihadista.
Nel luglio 2009 la polizia nigeriana schiacciò la setta e giustiziò extragiudizialmente Yusuf dopo averlo catturato vivo. Un errore strategico che creò un martire e consegnò il gruppo all’erede più sanguinario: Abubakar Shekau.
Capire il Sahel è importante.
L’instabilità di questa regione genera flussi migratori che sono ormai al centro del dibattito politico globale. Comprenderne le dinamiche profonde è fondamentale per leggere il presente e anticipare il futuro.
Il 18 settembre 2026 ne parleremo insieme online.
Le iscrizioni sono ancora aperte: non perdere l’occasione di partecipare!
Scrivi a: whyltonconsulting@yahoo.com
Chi è l’autore
Whylton Le Blond Ngouedi Marocko è Dottore in Diritto Pubblico Comparato e Internazionale (Sapienza Università di Roma). Ha conseguito la laurea magistrale in Relazioni Internazionali con un percorso focalizzato su “Pace, Guerra e Sicurezza” alla Roma Tre.
Già ricercatore presso l’IREF (Istituto per le Ricerche Educative e Formative Gennaio-Luglio 2026), è attualmente il responsabile del segretariato sociale dell’APS Liberi Nantes a Roma, punto di riferimento nell’inclusione dei migranti.






Users Today : 168
Users Yesterday : 373
Users Last 7 days : 2724
Total Users : 226426