17 febbraio 1969. Il giorno dopo un incontro molto teso con il presidente del Dahomey (oggi Benin), l’ambasciatore francese a Cotonou scrive a Parigi un rapporto riservato. E quel rapporto racconta una storia diversa da quella che tutti conoscono: un capo di Stato africano che tiene testa alla Francia, l’ex potenza coloniale, proprio su un tema dove sembrava non avere scelta. Émile Derlin Zinsou diventa presidente nel luglio 1968, messo al potere da militari stanchi, dopo elezioni annullate perché nessuno era andato a votare. Da allora si porta dietro un’etichetta pesante, che è arrivata fino ai libri di storia: l’uomo scelto da Parigi per obbedire a Parigi. Il simbolo perfetto del leader-marionetta, quello che si cita ancora oggi come esempio di
neocolonialismo.
Ma questi scambi riservati raccontano tutt’altro.
Il no di Cotonou
Al centro dello scontro c’è una richiesta ufficiale di Parigi: la Francia vuole mettere un suo funzionario di alto livello a capo delle finanze del Dahomey. Il suo compito? Controllare il bilancio, controllare le entrate dello Stato, e tenere Parigi informata in tempo reale su tutto. La risposta di Zinsou è netta: no.
Davanti all’ambasciatore, il presidente dice le cose come stanno: quel funzionario sarebbe stato « un super-presidente e un super-ambasciatore ». E poi taglia corto, con la freddezza di chi non tratta: non accetterà mai condizioni che lo porterebbero a « disprezzare se stesso ». Preferisce
dimettersi piuttosto che firmare. Stessa fermezza sul bilancio del 1969: per Zinsou, decidere come spendere i soldi del proprio Stato è « la manifestazione più elementare della sovranità ». Nessuna modifica al testo già
approvato dal governo.
Un uomo preso in mezzo
Il bello e il tragico di questi scambi è il contrasto tra quello che Zinsou fa in segreto e quello che la gente pensa di lui. Mentre resiste punto per punto alle richieste francesi, Zinsou è sempre più solo. Non ha un grande consenso popolare, né un forte sostegno tribale. Nelle strade circolano volantini che lo
chiamano « servo della Francia ». L’ironia è amara: l’uomo accusato di tradimento dai suoi stessi concittadini passa gran parte del suo tempo a dire no a Parigi. Questa doppia pressione pesa su tutto ciò che segue. Per dimostrare che il Dahomey può reggersi in piedi da solo, senza dipendere completamente dall’estero, Zinsou lancia una politica economica molto rigida. Ma questa scelta di indipendenza irrita i vertici dell’esercito.
Il 10 dicembre 1969, appena dieci mesi dopo aver detto no all’ambasciatore francese, Zinsou viene rovesciato dal colonnello Maurice Kouandété, l’uomo che lui stesso aveva nominato primo ministro.
Né marionetta né eroe
Sarebbe sbagliato trasformare Zinsou in un eroe. Ma è altrettanto sbagliato ridurlo a un semplice esecutore. Questi scambi mostrano un uomo pragmatico: accetta l’aiuto francese quando lo ritiene necessario, ma rifiuta di pagarlo con la propria dignità. È circondato da giovani ministri formati in
Francia ma politicamente progressisti. Cerca, con le poche risorse di uno Stato appena nato, uno spazio vero di libertà, non solo l’apparenza.
Questa indipendenza gli costa il potere. Zinsou non cade proprio perché si è rifiutato di essere l’uomo di qualcun altro.







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