Immaginate un bambino nato a Maiduguri, capitale del Borno, nel nord-est della Nigeria. Ha otto anni, un pallone bucato, un pezzo di terra battuta tra due case. Non chiede altro che giocare.
Solo che nel Borno, giocare a calcio è stato, per un’intera generazione, tutt’altro che scontato. Per Boko Haram, lo sport « distrae dalla religione » — un divieto che non ha nulla di teorico: negli anni più duri dell’insurrezione, luoghi dove si proiettavano partite sono stati presi di mira nella regione. Questo dettaglio, apparentemente quasi aneddotico, dice da solo cosa sia davvero questo movimento: un progetto di società che pretende di decidere, fin nei gesti più ordinari della quotidianità, cosa un essere umano abbia il diritto di fare del proprio corpo e del proprio tempo.
Questo angolo mi tocca direttamente. Ho lavorato sul calcio come strumento di inclusione e di welfare informale — uno spazio dove persone escluse ritrovano un ruolo, un riconoscimento, una comunità. Vedere questo stesso strumento diventare un motivo di persecuzione sposta lo sguardo: Boko Haram non è solo una questione di sicurezza lontana, confinata alle mappe e ai notiziari. È una guerra condotta contro i gesti più semplici della vita ordinaria — ed è proprio per questo che ci riguarda, ovunque si viva.
Una squadra in esilio nella propria nazione
A Maiduguri, questo non è un’ipotesi astratta. Gli El-Kanemi Warriors, la squadra storica della città, hanno dovuto fuggire nel 2014: hanno giocato in esilio, prima a Kano poi a Katsina, per più di un decennio, perché la loro stessa città non era più un luogo sicuro per un pallone e una folla riunita. Non una sconfitta sportiva, ma lo sradicamento di un intero tifo, di una domenica pomeriggio, di un pretesto per stare insieme. Solo nel 2024, il loro ritorno e la vittoria nella President Federation Cup hanno scatenato la prima vera festa di piazza a Maiduguri “dall’inizio dell’insurrezione” — un segnale che dice, in filigrana, tutto ciò che un’intera generazione ha perduto in silenzio, lontano dai titoli dei giornali.
Perché il Sahel non è una periferia
Il Sahel non è un angolo cieco della geopolitica mondiale: è un condensato delle grandi tensioni del XXI secolo. Le potenze vi si contendono un’influenza strategica — la Francia ne è stata estromessa, Russia, Turchia, Iran e le monarchie del Golfo vi si insediano a turno. L’uranio, l’oro e il petrolio che vi si trovano alimentano mire che vanno ben oltre la regione. Il clima vi distrugge, in tempo reale, i mezzi di sussistenza di milioni di persone attorno al Lago Ciad — un terreno che i gruppi armati sanno sfruttare meglio di qualsiasi Stato. E le rotte che attraversano il Sahara restano, ancora oggi, un corridoio verso l’Europa.
Capire Boko Haram, dunque, non significa seguire un’attualità lontana. Significa capire uno dei laboratori più rivelatori di ciò che diventa il mondo quando uno Stato crolla e quando una generazione non ha futuro. Per cambiare davvero le cose, dobbiamo affermare un principio chiave: bisogna decidere CON i migranti e le comunità locali, e non PER loro.
Una masterclass, due ore, uno sguardo diverso
Venerdì 18 settembre, ore 19:00, online, propongo una masterclass di due ore per andare oltre i titoli dei giornali: la genesi di Boko Haram, le sue fratture interne, i nuovi attori che ridisegnano il Sahel, e l’impatto reale sulle popolazioni civili — con gli strumenti dell’intelligence geopolitica, non le scorciatoie mediatiche.
- Posti: 25 posti limitati
- Prezzo: 21 €
- Formato: 2 ore di sessione intensiva
📩 Iscrizione: whyltonconsulting@yahoo.com







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